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The Mobsters
1989 – 1994

Roberto Corsi – Batteria (1989 – 1994)
Emilio “Ludwilio” Gregori – Basso (1989 – 1994)
Michele Ferrarese – Voce solista (1989 – 1994)
Enrico Cioccolini – Chitarra, tastiere e seconda voce (1989 – 1990)
Maria Grazia “Bambolina” Ciaccio – Sax contralto (1989 – 1994)
Carola Doricchi – Seconda voce e voce solista (1989 – 1994)
Alberto Di Gianfelice – Chitarra (1989 - 1990)
Marco – Tastiere (1989 -1990)
Marco “Elephant” Elefante – Sax tenore (1990 – 1992)
Christian “Takeshi” Franco – Chitarra, seconda voce e voce solista (1990 - 1994)
Enrico - Tastiere (1991 – 1992)
Danilo Lamberti – Tromba (1991 – 1994)
Carmine – Trombone (1991)
Italo Malpica – Sax tenore (1992 – 1994)
Luca Giustozzi - Trombone (1992 - 1994)
Cristian Fortucci – Tastiere e seconda voce (1993 – 1994)
Carlo Ficini – Trombone in “La Cosa Nostra”
Luca De Carlo – Tromba in “La Cosa Nostra”


Dopo la mia uscita dai Downtowners non rimasi “disoccupato” a lungo.
In quegli anni Roma era ancora un ribollire di nuove proposte, nuovi gruppi, aggregazioni sporadiche, esperimenti e lo Ska e il Reggae riuscivano ad affascinare e incuriosire un nutrito numero di musicisti, per quanto anche allora fossero generi di nicchia.
Comunque, lo zoccolo duro rimanevano fondamentalmente le persone che avevano militato nei Fun e nei Time For Rhythm e perciò era abbastanza naturale che nei nuovi gruppi che si andavano formando si trovasse abitualmente qualcuno dei loro vecchi componenti: d'altronde, ogni reazione chimica ha bisogno di uno stabile e collaudato agente scatenante.
Per questa ragione non deve stupire che la nascita dei Mobsters sia dovuta ai soliti veterani della vecchia guardia.

Un giorno ricevetti una telefonata da Enrico Cioccolini (ora a capo degli Strange Fruit), il quale mi invitava a farmi una suonata tra amici in casa di Michele Ferrarese, l’ex cantante dei Time For Rhythm, in compagnia del loro amico Roberto Corsi alla batteria.
Enrico, sfoggiando la sua nuova chitarra al posto dell’usuale tastiera, sfoderò un paio di cover e altrettanti pezzi originali che assunsero subito un aspetto più che dignitoso.
Et voilà, nell’arco di un pomeriggio erano nati i Mobsters!

The Mobsters
Mobsters & Co
Da sinistra: un'amica di cui non ricordo il nome (scusami...), Marco, Michele Ferrarese, Carola Doricchi, Andrea "Two Tons" Pacifici, Rosaria Tauriello, Alberto Di Gianfelice, Roberto Corsi, Enrico Cioccolini, Maria Grazia Ciaccio, Enzo Squeo e in basso il sottoscritto.

Alla formazione si aggiunsero immediatamente Carola Doricchi con la sua splendida voce, Maria Grazia Ciaccio al sax e dopo poco arrivono anche Alberto Di Gianfelice alla chitarra solista e Marco, l'ex tastierista dei Fun, che si mise a pestare i tasti bianconeri.
Un po’ tutti mettemmo sul piatto nuovi brani, tra i quali ricordo “Mobsters” e “Mercy”, eseguiti nei concerti di Valle Aurelia, al Uonna Club e sul palco della manifestazione Capannelle Village, primi della lunghissima serie che tenemmo negli anni a venire.

Mobsters on stage

Dopo circa un anno Alberto decise di lasciare il gruppo e noi cogliemmo l’occasione per cercare, oltre a un nuovo chitarrista, anche dei fiati da affiancare alla solitaria Maria Grazia.
Gli Dei della musica ci fecero incontrare, oltre che due eccellenti musicisti, due splendide persone che mi onoro ancora di chiamare amici.
Marco Elefante, in compagnia del suo sax tenore, fu il primo a presentarsi al provino e, pure ammettendo di conoscere di striscio lo Ska e di non averlo mai suonato, ci lasciò letteralmente a bocca aperta con la sua incredibile interpretazione di “One Step Beyond” dei Madness (www.madness.co.uk).
Magari non era un virtuoso, forse la tecnica non era perfettissima, ma che tiro, che grinta, che feeling quando suonava!
Arruolato all’istante.
Una sera di qualche tempo dopo in sala comparve, armato di chitarra,  un personaggio alquanto discutibile che si presentò come Christian Franco; Christian, con l’acca.
“Ho letto l’annuncio e ce vojo prova’!”
Vestito come un fricchettone metallaro, con evidenti segni di alcolismo, dipendente da sostanze che stupiscono di genere leggero e assolutamente digiuno di Ska e Reggae, ci informò che lui suonava “Grin Metal”, o come cavolo si chiama quella roba.
Decisamente scettici, accompagnammo i suoi tentativi con sorrisetti sardonici per poi, mano a mano che passavano le ore, cominciare a guardarlo sotto un’altra luce e infine restare colpiti dalla velocità con cui riusciva a entrare nello spirito del nostro genere, così assolutamente alieno dai quelli che aveva sinora frequentato.
Al termine della serata ci aveva conquistati.

Ad una delle successive prove apparve un tizio che assomigliava a Christian ma che  assolutamente non poteva essere lui.
Vestito di uno stilosissimo gessato grigio scuro molto Mob’s Style, con cravatta, capello corto, sbarbato, sobrio e bello come un Dio greco, il bruco si era tramutato in farfalla.
Come ci confessò in seguito, l’incontro con le nostre persone, con lo spirito e lo stile dello Ska e l’introspezione del Reggae lo avevano salvato da una situazione esistenziale estremamente grave: aveva colto l’occasione per un riscatto morale, fisico e caratteriale, che lo portò a smettere di bere, di fumare e di vivere barbaramente; e il tutto avvenne nel giro di pochissimi giorni.
Incredibile!
Christian, nel corso degli anni, è diventato probabilmente una delle migliori chitarre Ska-Reggae d’Italia, padroneggiando gli stili con innata predisposizione e maturando un gusto compositivo unito a una voce che, a mio giudizio, hanno pochi eguali sul patrio suolo.
Il fatto di essere uno dei protagonisti di questa storia mi rende orgoglioso.
Che incantesimi sanno generare le persone giuste e la musica giamaicana!

Concerto bucolico
Voi non ci crederete, ma siamo riusciti e tenere un concerto anche in queste condizioni!
Nella foto dell'orda paleolitica possiamo riconoscere: Enrico, Alberto, Marco Elefante, Roberto, Carola, Michele, Emilio e Christian Franco dopo la mutazione.

Qualche mese dopo gli eventi descritti, fummo contattati dalla londinese Unicorn Records, l’etichetta Ska più importante e attiva nel mondo, che inserì “Steppin’ Out” nella compilation “Skankin’ ‘Round The World – Volume 4” a fianco di veri e propri monumenti della musica Ska come Laurel Aitken (www.myspace.com/thegodfatherofska), Skatalites (www.myspace.com/foundationska), Derrick Morgan (http://en.wikipedia.org/wiki/
Derrick_Morgan
) e in compagnia di importanti gruppi della nuova ondata come Toasters (www.toasters.org), e Blue Chateau.

Nello stesso periodo, la Klang Records, gloriosa e coraggiosa etichetta romana capeggiata da quella vecchia volpe di Paolo “Languido” Fiori, ci sottopose un contratto per l’incisione del nostro LP intitolato “La Cosa Nostra”.
Prima di noi la Klang aveva già messo sotto contratto gli Hot Riviera, i Bandana, gli In Die Ferne, i FLU, i Cyclone (un geniale gruppo di pazzi scatenati che suonavano un rockabilly al fulmicotone assolutamente sopra le righe) e gli Strange Fruit, la band di Enrico, il quale si ritrovò nella strana posizione di tenere i piedi in due formazioni diverse.
Per completare la sezione fiati durante le registrazioni, assumemmo temporaneamente Luca De Carlo e il grande Carlo Ficini, rispettivamente tromba e trombone in forza agli Strange Fruit.

Il disco si rivelò una buona miscela di tutto quello che ci aveva influenzato musicalmente fino ad allora, presentando una combinazione di Ska, Reggae, Soul e RnB proposti in momenti che vanno dal più classico Ska Original al Reggae UB40’s style, fino a brani infiltrati di contaminazioni del più tirato Soul/RnB, per giungere fino a quelli che potrei definire quasi “sperimentali” (riguardo lo Ska, si intende) come “Prayer”.
Il risultato fu un prodotto bello e divertente, nelle cui tracce si possono scovare vere e proprie perle come “Stop The Pressure”, brano il cui testo è stato composto da Carola e nel quale esibisce la sua stupenda voce in una interpretazione da brividi, accompagnata da Carlo che crea un assolo di trombone così appassionato da far venire il magone.
L'aspetto grafico della copertina, della busta interna e dell'etichetta sono stati realizzati da una nostra amica newyorkese, la italo-americana Dominique Vitali il cui fratello, Marco Vitali, ha prestato la voce per impersonare un poliziotto nel brano “A.C.M.D.”.
A loro vanno i miei più affettuosi saluti e un bacione enorme... a Dominique.
A Marco una virilissima pacca sulla spalla. ;-)

In seguito all’uscita dei dischi (nostro e degli Strange Fruit), ebbe inizio una notevole attività concertistica che costrinse Enrico a dedicarsi a tempo pieno al suo gruppo.
Noi, di conseguenza, ci ritrovammo ad avere un disperato bisogno di un tastierista e di una sezione fiati stabile e completa.
Alla pianola, al posto di Enrico Cioccolini arrivò un altro Enrico (lo so, ho il cervello frullato, ma non ricordo neanche il suo cognome...) e ai fiati si unirono Danilo Lamberti alla tromba e Carmine al trombone (vabbé, c’è bisogno di dirvelo? Non ricordo il cognome, perciò mi scuso anche con lui).
Con questa formazione ci esibimmo qua e là per lo stivale, grazie soprattutto all’ottima attività manageriale di Roberto.
Di quei concerti ricordo con particolare soddisfazione quelli tenuti alla rassegna Onde Rock di Teramo, al Flog di Firenze, quello inserito nella manifestazione L’Altra Estate di Modena, l’esibizione al November Fest di Bologna e quella all’interno del super evento RomaEuropa Festival che venne addirittura trasmessa in diretta su Radio RAI.

Intanto Christian, ormai travolto dalla passione Ska e votato alla sua religione, ritenendo fosse giunta l’ora che Roma generasse un altro gruppo che praticava il levare, aveva fondato i Big Feet, formazione che produsse brani molto simpatici utilizzando soluzioni a volte surreali, come la rivisitazione del tema del serial anni ’60 di Batman che in mano loro divenne “Barman” o la bellissima e grottesca “Ostia” da noi ripresa in seguito.
Dunque, sembra proprio che in quegli anni Roma fosse divenuta anche la capitale dello Ska italiano, visto che vedeva in attività i Mobsters, gli Strange Fruit, i Downtowners, i Big Feet, la sempiterna Banda Bassotti con il suo Ska-Punk (www.myspace.com/
bandabassottiband
), i Filo da Torcere e chissà quanti altri di cui non eravamo a conoscenza.
Era una bella sensazione.

A volte le nostre performance, più che dai brani proposti, erano caratterizzate dagli estemporanei numeri da rivista di terz’ordine improvvisati, con impareggiabile sarcasmo, cinismo e irriverenza da Michele Ferrarese sul palco e la nutrita rappresentanza di supportazione attiva che ci perseguitava ovunque, tra i cui affiliati voglio ricordare quei gaglioffi di Claudino, Cico, Enzo e Andrea “Two Tons”, solo per incriminarne alcuni, responsabili di azioni al di là della civile decenza come il continuo dileggio nei nostri confronti, il lancio sul microfono di un paio di mutande (imbrattate di quel che potete immaginare...) avvenuto a Bologna o la perseguitante richiesta di eseguire la versione ska di Heidi, estorsione alla quale, ormai abbandonati dalla gente e dalle istituzioni, alla fine ci siamo dovuti arrendere esponendoci al pubblico ludibrio.
In quel periodo, molte furono le cose bizzarre accadute ai Mobsters, tra le quali c’è anche quella di essere finiti nel Dizionario della Canzone Italiana, una pubblicazione curata da Renzo Arbore: alla voce M (Mobsters, The) ci trovate noi...
Perciò, portateci rispetto perché siamo anche nei libri!

Nel 1992 ci addolorò parecchio l’abbandono del gruppo da parte di Marco Elefante che, per scelte di vita e di lavoro. si trasferì in Francia lasciando un vuoto che solo un altro grande amico poteva riempire e così ecco riapparire il buon vecchio Italo Malpica, che per integrarsi nella sezione passò dal sax contralto al tenore e prese posto stabile nel gruppo fino al termine di questa avventura.

Un ulteriore avvicendamento si ebbe con il cambio delle consegne fra Enrico e l’impareggiabile Cristian Fortucci, già pestatasti dei Big Feet.
Questo ragazzo è un vero talento per quanto riguarda il nostro genere.
Trovo che abbia una notevole abilità tecnica unita a una predisposizione naturale ad arrangiare le parti delle tastiere con poche, semplici, soluzioni stilistiche, utilizzandole con intelligenza nei momenti più adatti.
Un gusto e una capacità di sintesi inventiva che mi hanno molto colpito.

The Mobsters

Più o meno contemporaneamente, al posto di Carmine, entrò a fare parte dei Mobsters anche Luca Giustozzi che si occupò di "spernacchiare" con abilità nel suo trombone.
Con questa line up ci avviammo verso l’ultimo periodo della nostra attività durante il quale, tra gli altri, tenemmo due fantastici concerti presso il Circolo Degli Artisti di Roma nelle serate del 25 dicembre (a Natale... Ma si può essere più sconsiderati?) e del 1° maggio (in contemporanea al famosissimo mega evento di Piazza S. Giovanni di Roma) ai quali, con nostra estrema sorpresa, affluì un numero spropositato di persone considerando le date scelte.
Nel corso dei concerti, oltre ad eseguire i brani del disco (“Steppin' Out”, “Skatty Dread”, “Stereotype”, “More Music”, “A.C.M.D.”, “Far From You”, “Stir It Up”, “End Of The Party” e le già citate “Prayer” e “Stop The Pressure”), continuavamo a presentare i pezzi storici quali “Ska Rules”, “Love Me Twice” e “I Don’t Live With You”, le versioni di “Redemption Song” (B. Marley), “Call The Police” (N. K. Cole), “Jamaican Ska” (Byron Lee & The Dragonaires ), “In The Midnight Hour” (W. Pickett / S. Cropper ), “Si Sono Rotti I Mobsters” (rivisitazione in chiave ska della canzone “Si Sono Rotti i Platters” di Fred Buscaglione), “Carmela” (R. Carosone), affiancate da nuove composizioni intitolate “Livin’ Inna Ghetto”, “Sai”, “Ostia”, “Se Riusciste”, “Estate” (con un introspettivo e malinconico testo di Michele, veramente bellissimo), “Una Città”, “Svegliati” e, naturalmente, la maledetta “Heidi”.
Come si evince dagli ultimi titoli, era maturato il momento di affrancarci dall’idioma anglosassone per passare finalmente a quello italico, lingua che personalmente ho continuato a usare in tutte le mie future composizioni.

Voglio concludere con un aneddoto.
Durante la registrazione del disco nacque il mio nome di battaglia, derivato direttamente dal titolo di uno strano pezzo strumentale inserito all’ultimo momento nelle tracce dell’LP: Ludwilio.
La genesi del titolo/nickname è stata abbastanza particolare.
All’epoca cominciava a farsi strada un nuovo tipo di produzione musicale basata sulla tecnologia MIDI, i computer e i programmi di sequencing come Cubase.
L’ostacolo più grande risiedeva nel fatto che i computer che supportavano professionalmente il MIDI erano solo i costosissimi Apple, mentre i PC Windows-dipendenti lo facevano in maniera decisamente poco affidabile, difficile e ugualmente costosa.
Ma per fortuna, ancora una volta, gli Dei della musica vennero in nostro soccorso creando il leggendario Atari ST 1040 che veniva venduto a costi un po’ più abbordabili e con [SBIGOTTIMENTO MODE ON] interfacce MIDI incorporate! [SBIGOTTIMENTO MODE OFF]
Al prezzo di sacrifici inenarrabili, me lo accattai immediatamente e, sotto la supervisione dell’onnipresente Enrico che già da tempo utilizzava tale novità, cominciai a sperimentare la nuova tecnologia.

Una sera, mentre ascoltavo la terza sinfonia di Ludwig Van Beethoven (l’Eroica), un passaggio attirò la mia attenzione: quei pizzicato, quell’andamento e quella melodia erano decisamente, indubbiamente, inconfutabilmente reggae...
Il grande Ludovico Van aveva colpito ancora!
Estrapolai quello che divenne il giro di basso, trovai gli accordi giusti e la ritmica di accompagnamento, quindi telefonai a Enrico perché venisse subito a casa mia per fare l’arrangiamento sul sequencer.
In un solo pomeriggio preparammo la versione finale e la sera stessa lo registrammo in studio per inserirlo nel disco.
Mancava solo una cosa, il titolo.
Ci scervellammo per un bel pezzo, poi all’improvviso l’illuminazione: Ludwig fa la musica, Emilio la versione, Ludwig + Emilio = Ludwilio!
Questo pezzo, essendo eseguito interamente dai macchinari, eccetto la linea di chitarra suonata da me, si può considerare il mio battesimo del fuoco per quanto riguarda la realizzazione musicale su computer.

Dunque, il solco era tracciato e non avrei più smesso di divertirmi a comporre e produrre musica utilizzando i macchinari.
Certo non è, non sarà e in nessun modo potrà mai diventare come suonare con altre persone, specialmente se in compagnia di amici, ma almeno in qualche modo si suona.
E poi come si dice? O mangi questa minestra...

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